Quel vestito: quello della festa…

«Al piano di sopra c’è un magazzino.Lo sapevi?»

«No, scusa, non conosco il palazzo, ma al piano di sopra credo ci abiti una giovane coppia. L’appartamento è identico al tuo e questo è tutto!»

«Non capisci un cazzo: sopra c’è un magazzino, non so cosa ci sia, non so cosa ci facciano, so solo che c’è una cosa mia. E la rivoglio!!»

«Abiti qui da pochi anni. Tutto quello che era tuo l’ho portato personalmente in questa casa. Gli abitanti del piano di sopra non so nemmeno che faccia abbiano: spiegami perché dovrebbero avere della
roba tua!»

«Forse l’ho già detto, la malattia non mi impedisce di racimolare qualche pensiero di tanto in tanto e per questa o quella ragione… Cosa volevo dire?»

«E che ne so? Non l’hai detto»

«Ah, sì! Non capisci un cazzo!»

«Ecco, grazie!»

«Vai al piano di sopra, controlla il magazzino!!»

«Non c’è nessun magazzino, c’è solo gente che ci abita!»

«Non capisci un cazzo!»

«Questa l’avevo già sentita. E a questo punto devo riconoscere che è vero: non riesco a capire!»

«Riportami il vestito!»

«Prego?»

«Rivoglio il mio vestito!»

«Non sei nuda!»

«In compenso tu sei un idiota! “Loro” hanno il mio vestito. “Quel” vestito! E lo rivoglio indietro.

Poi, del magazzino, facciano pure ciò che vogliono…»

«Ok, facciamo un veloce rewind! Tu avresti un vestito che, per motivi imperscrutabili, vorresti indietro e che dovrebbe essere custodito nel “magazzino” dei condomini del piano superiore. Giusto?»

«Giustissimo. E i motivi sono niente affatto imperscrutabili: “loro” sono ladri di emozioni!»

«E io sono Gengis Khan, e le tue figlie sono Ginevra e Baba Yaga.»

«Cretino, è il termine più acconcio!»

«Va bene, è quello che hai sempre pensato di me e non me ne può fregare meno: ti ho smentito con i fatti e sono qui per farlo ancora. Dimmi solo quello che vuoi! Un po’ di chiarezza – ogni tanto – non ammazza nessuno!»

«Questo è parlare! Vai su, entri nel magazzino, riprendi il vestito, scendi e la questione è chiusa… Anzi, no:
il vestito deve andare in una cassetta di sicurezza!»

«Benissimo: non posso entrare in casa altrui senza essere invitato, “su” non c’è nessun magazzino, non vedo cosa tu debba farne di questo fantomatico costume e – soprattutto – di cosa dovrebbero farne “loro”.»

«Aeshma e Lilith,coglione!»

«Dunque, dei due cosiddetti infami, conosci benissimo i rispettivi nomi. Ma non hai molto presente che io non mi chiamo né “Idiota”, né “Cretino” e nemmeno “Coglione”. Eppure a suo tempo mia madre si è concentrata a tal punto da riuscire a darmi un nome vero. Uno dei peggiori possibili, in verità, ma annoverato almeno nei calendari. Comunque – appurato che con gli insulti ci siamo alla grande -, vediamo di andare avanti, magari a rischio di galera. Pendo dalle tue labbra, spiegami cosa dovrei fare!»

«Andare dalla portinaia, prendere le chiavi, entrare in casa dei due dèmoni, trovare e prelevare il vestito. Non dovrebbe essere difficile neanche per te.»

«Ringrazio per la fiducia! In quanto alle manette, le porto direttamente da casa o aspetto la polizia, sicuramente avvisata dalla portiera?»

«Nessuna polizia: portiera complice.»

«Meraviglioso! Tra stregoneria, pazzia e delinquenza, direi che l’unica via rimasta è il dileguamento: uno, sicuro e definitivo!!! E mi rifiuto di chiedere le chiavi alla signora Minosse.»

«Lo farai!»

«Se quei due mi beccano in casa, in galera ci vado io. E se sono veramente due dèmoni, saranno ancora più vendicativi. Non esiste proprio!»

«Dèmoni partiti per settimana bianca (o forse rossa o comunque diabolica o un sabba o che cosa vuoi che ne sappia…),
Minosse (come facevi a sapere che si chiama così?) già informata dei fatti: la chiave è tua!»

«Un lavoretto da portinaia in tutta comodità. Perché non lo ha fatto Minosse?»

«Volevi farla licenziare? Nei confronti del condominio lei ha delle responsabilità. Tu invece non conti un cazzo!»

«In effetti sarei anche marito di tua figlia!»

«…be’, eventualmente ti porterà le arance. In offerta speciale, spero…»

Non c’era altro da fare, se non assecondarla.

Andai dalla signora Minosse, accolto dai suoi occhi fiammeggianti eppure – a loro modo – accoglienti e rassicuranti.

«Lei sa che mia suocera ha qualche problema, quindi mi perdonerà se…»

«…Ragazzo, non rompere i coglioni e non darmi spiegazioni inutili. So tutto, ecco le chiavi! Sotto la mia custodia, in questo palazzo, nessun dèmone l’ha mai avuta vinta. Non sarà questa la prima volta… e non provare a provarmi il contrario!»

La congiura delle vecchiette, come non se ne vedevano dallo strepitoso “Arsenico e vecchi merletti“!!!

Ero accerchiato, prigioniero, annichilito e sottomesso, vittima e complice in egual misura. Di cosa, poi, un vero mistero!

Avrei potuto imboccare il portone d’ingresso, darmela a gambe, telefonare in maniera anonima alle forze dell’ordine, estinguere il mio conto in banca, scomparire, perdere tutto tranne libertà e dignità.

Invece, se c’è un uomo peggiore di quello stupido, è certamente quello curioso.

Quindi, con le chiavi che bruciavano tra le mani, lento e tremebondo, ho intrapreso la scalata dei trenta gradini inerpicantesi ad un piano rialzato che il condominio amava definire “primo piano”.

Mi orientai a naso verso quella che – per me – non era altro che la porta di accesso all’appartamento di una giovane copia in odore di “fateci vivere in pace, scopare e dare figli alla Patria”.

Piccoli diavoli (come se la Patria non ne avesse già in avanzo…), secondo mia suocera ed il suo discutibile, ma a suo modo amabile entourage.

Una specie di vomito dell’Inferno che era chiaro e presente solo nella loro mente, ma del quale io non riuscivo proprio a farmi una ragione.

Infilare la chiave nella toppa è stata un’esperienza memorabile, se non altro per una specie di scossa elettrica – certamente immaginaria – che l’operazione aveva prodotto.

E adesso cominciavo ad avere paura. No, meglio, Paura. No, meglio ancora: PAURA!

Perché rifiutare una salutare fuga, un rifiuto che milioni di generi sublimano nel sacrosanto concetto che la suocera debba essere evitata (o quantomeno inascoltata) per ancestrali ma non del tutto errate consuetudini?

Forse, semplicemente, per la convinzione sbarrata contro gli occhi che da una lucida follia sarebbe potuta nascere una storia, o un fatto o un pezzo di me stesso che rifiutavo di nascondere ad un incolpevole mondo…

Entrai…

 

[continua…]

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento