Cosa pensano di “Dietwald”…

il pensatore

Com’è reale questa fantasia…
di Carla Di Russo, 07 dicembre 2012

Qualcuno potrebbe obiettare che non si fa un libro di racconti con solo otto racconti (anzi, come sottolinea l’Autore stesso, “sette racconti più uno”). Altri potrebbero a loro volta contestare un libro fotografico con solo quindici immagini (e qui verrebbe da dire “quindici più una”, considerando il bell’ingranaggio della copertina).
Ma questo non è un libro di racconti né un libro fotografico: è un progetto molto originale basato su una ben precisa idea di interazione con il lettore. Le immagini servono a stuzzicare la fantasia, cosa rara in un’epoca nella quale siamo talmente sommersi e ossessionati dalle immagini da non riuscire ad assaporarne anche solo per un momento i significati, la validità e la consistenza in termini artistici o psicologici.
Qui l’autore, invece, mette noi lettori di fronte ad una serie di rappresentazioni fotografiche e ci costringe in qualche modo a porci a confronto con esse, quasi con aria di sfida, come per dirci: “ecco, io l’ho fatto. Voi sareste capaci di fare altrettanto?”
Lui l’ha fatto realmente, riuscendo a costruire attorno ad immagini apparentemente slegate delle storie compiute, assolutamente fantasiose, ma guizzanti di momenti drammatici alternati ad altri più lievi se non addirittura comici e comunque sempre impregnati di un forte realismo.
Leggendo questi racconti quasi non ci si rende conto dell’impossibilità degli accadimenti, perché procedendo nella lettura non si riesce ad evitare un coinvolgimento personale, ad identificarsi in questo o quel personaggio che, pur nell’assurdità degli eventi che stanno vivendo, testimoniano sempre una profonda umanità, problemi di ogni giorno, sentimenti di tutti.
La giovane Rossella non è né più né meno che una “normale” adolescente: conta relativamente il fatto che sua nonna si sia trasformata in una porta, come Ugo, lo scemo del villaggio, non è che uno dei tanti personaggi coloriti e veri di tanti piccoli borghi o di tanti quartieri urbani, a cui la malvagità e l’ossessione di potere non riescono a scalfire la dolce mitezza.
E non ci siamo, forse, un po’ tutti nella sottile perfidia di Sakakawea, nell’irrequietezza di Diogene, nel peterpanismo di Giobbe e nella delusione amorosa di Lucia?
Questo piccolo libro, così pieno di “normalità” e al tempo stesso di sfrenata fantasia, non può non farci pensare che a questo punto della sua vita l’autore abbia veramente incontrato Dietwald, l’Idea.


Dietwald, l’”Idea”
di Marilù Domenici, 14 gennaio 2013

Questi racconti rappresentano ognuno un percorso verso la ricerca di se stessi.
Raffaele gioca con ironia e fantasia, gioca con le immagini (e in questo è maestro) spesso irreali altre volte surreali e con le parole (e ci invita a farlo), miscelando il tutto come un abile alchimista e non si sa bene cosa riesca a trasportarci meglio in questa dimensione di fiaba per adulti che sembra avere il compito – come ogni fiaba che si rispetti – di farci riflettere, di impaurirci e di incuriosirci.
Incidere con un chiodo il nome di Dietwald sul sarcofago che ne conteneva le spoglie, equivale per il protagonista (il ruolo se lo contende con Dietwald che già si onora del titolo del libro) del primo racconto-immagine a prendere coscienza dell’”idea” che alberga in lui.
Diogene troverà se stesso solo dopo aver provato la paura e l’angoscia (condivise durante la lettura), sentimenti con i quali bisogna misurarsi e senza i quali nessuno può dirsi veramente in equilibrio.
Rossella mi è piaciuta da subito, ho giocato pensando a Cappuccetto Rosso, scoprendo poche righe avanti che è Cappuccetto Rosso (contemporaneo) e da insegnante non mi è sfuggito tutto quello che vi è racchiuso e che ognuno di noi, leggendo, scoprirà.
Giobbe si muove nel quarto racconto con incauta impazienza…, ma l’amore trionfa su tutto e io mi sono deliziata.
Il quinto corto – Sakakawea – come gli altri inizia con una foto e poi ne segue un’altra, provo a immaginare e quasi non mi sorprendo del racconto, ormai sto diventando abile nel gioco.
Certo Ugo non è stato così immediato da capire, c’erano indizi fuorvianti e lui talmente candido da rendere la storia più inquietante.
Infine l’ultimo corto è come una folgorazione, mi inquieta più degli altri, per via del nome della protagonista Lucia e delle sue doti divinatorie, ma non è il caso di approfondire.
Ho completato la lettura e più che altro è come se avessi concluso una partita a scacchi, intrapresa non solo con l’autore, ma anche con i sette  protagonisti della raccolta (mi sento comunque in situazione di stallo, come uno scrittore che non ha ancora liberato, compreso l’”idea”). Una partita che è stata svago, che mi ha incuriosito, indotta alla riflessione, che ha sollecitato la mia voglia di giocare, ma soprattutto perché per qualche ora ho volato con le magiche ali della fantasia.
Se inoltre si tiene in considerazione che il tutto è ben scritto e supportato da conoscenze non sfacciatamente svelate, che i personaggi sono pulsanti e trascinanti, le atmosfere calibrate al punto giusto e sanno ben inquietarci o muoverci al riso (sì, anche), che…
Quante altre ragioni ci possono volere per leggere un libro? Mi chiedo ancora, perché ci ho messo tanto a tempo a leggerlo, se poi l’ho divorato?
Dimenticavo: complimenti!


Giuseppe Bretta:
Idea interessante. Bella

Giovanni Battista Zumpano:
Devo fare i miei complimenti al prof. Raffaele Corte perché coniugando l’arte, la creatività, l’immaginazione, ha messo in evidenza per mezzo dei suoi personaggi sfaccettature interessanti di quel gioco misterioso ch’è la vita.
L’autore asserisce che i suoi racconti sono un gioco bizzarro, uno splendido esercizio mentale, a mio avviso cerca il confronto con l’immaginazione degli altri personaggi usando la sua capacità creativa, cerca di capire il suo credo, rispondere agli interrogativi della sua mente attraverso l’immagine, la fantasia, l’ ispirazione.
Non a caso, l’autore ha scelto una chiesa culla del mistero quale luogo d’incontro di Dietwald con gli altri, questo confrontarsi dà a ciascuno la possibilità di capire la grandezza della mente umana, del pensiero che non ha spazi né confini.

Antonio Pizzoni:
“…maledetti svedesi…” l’avara prefazione non permette di capire molto…ma la presentazione, le foto…in particolare il volto sul sarcofago facilitano e introducono alla narrazione…ma pi\u00f9 fra tutti utilizzerò la terza massima leggibile nelle prime pagine… mi servirà utilizzandola come una chiave di volta per capire…quasi tutto…”stare al gioco”…l’educatore emerge nell’estrema sintesi…la maestria narrativa non permette distrazioni o dissociazioni…solo assemblaggi di pensieri…di forte impatto comunicativo…

Antonello Pellegrino:
Immagini che si trasformano in parole, e parole che trasmettono le immagini di una narrazione pulita, coinvolgente e penetrante. Molto bello davvero

Nadia Bertolani:
Nel primo racconto, ben scritto e suggestivo, le immagini costituiscono il punto di partenza dell’avventura narrativa. Il tema dell’identità, il tema dell’importanza del nome e il tema dei limiti che un uomo può o deve oltrepassare sono oggetto del bel dialogo tra i due personaggi: quello giovane, stanco e infreddolito, e l’altro…

Marilù Domenici:
Il primo racconto si apre con una descrizione del paesaggio piana e appena velata di mistero, ma dura un attimo, perché ben presto un’atmosfera gotica investe il lettore e il protagonista che deve vedersela con un alter ego in pietra che l’intimorisce, lo sovrasta e infine gli aprirà la mente.

Antropoetico:
L’autore, in modo brillante, estrapola dei racconti partendo da una serie di foto. Un modo originalissimo per “creare” delle storie, un esercizio di psiche che finisce per sfociare inevitabilmente nella fantasia. Nell’anteprima evidenzia come dalle stesse foto un altro osservatore può estrarre il suo personale contesto narrativo. Formativo, intrigante, davvero un bel progetto. Complimenti!

Gianni Lorenzi:
L’esperimento di stimolo creativo è interessante, ma a parte questo, trovo che il primo racconto inizi nel migliore dei modi, con la giusta suspence, una buona dose di creatività e un’ottima prosa, ben armonizzata e precisa nelle descrizioni. Le immagini hanno trovato i personaggi, ma soprattutto i personaggi hanno trovato l’autore! Da leggere per intero.

Adadel:
Scrittura elegante e temi ricercati che lasciano addosso quel velo di mistero, indispensabile per riflettere anche dopo la lettura.

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